E già, Magritte la pensava proprio così: "questa non è una pipa", è un quadro: e se anche fosse la rappresentazione più autentica di una pipa, è pur sempre una rappresentazione, dunque un'idea, dunque un'universalizzazione di ciò che universale non è: un oggetto. Dio è un oggetto? Sembrerebbe di no. Dio è un'idea? cos'è Dio? Domanda che per rispetto non mi voglio porre.
Nella
cultura islamica il sacro non può essere rappresentato né mostrato. Le immagini
del profeta sono vietate. Di contro, nella nostra cultura, il volto di Cristo o quello di Dio, nonostante per definizione siano irrappresentabili, sono stati nel corso dei secoli dipinti,
esposti, illustrati, raffigurati e infine rappresentati, proiettati e messi in
scena, proprio come se fossero oggetti. Uno dei movimenti religiosi più sensibili all’accusa di idolatria mossa al
cristianesimo da parte dell’islam, furono i pauliciani, eresia sorta intorno al VII secolo a.c. in seno al
brulicare speculativo di un ambiente, quello bizantino, che sulle questioni
dottrinarie fu sin dai tempi dei primi concili molto vivace. Quando nell’VIII
secolo l’imperatore Leone III si unì
al paulicianesimo nella battaglia “iconoclasta”
(dal greco εἰκόν -
eikón, "immagine" e κλάζω - klázo, "distruggo"), ed emanò
una serie di editti per eliminare il culto delle icone, Roma, nella persona del
pontefice Gregorio III, rispose con la scomunica. Ecco che ancora oggi, e in
nome anche della scomunica di Gregorio III, si può mettere in scena Il sacro e
venderlo al mercato in ogni sua forma.
E’ in
effetti odioso pensare che si debba arrivare a “distruggere” qualcosa, come ad
esempio in questo caso un’immagine sacra, per rivendicare le proprie pretese. L’iconoclastia
medievale ci fa “bypassare” secoli di storia ( e di conseguenza anche i
capitoli riguardanti le battaglie iconoclastiche dei protestanti), per arrivare
subito a giudicare criminale l’atto dei talebani che il 12 marzo del 2001,
distrussero quelle due enormi statue del Buddha
di Bamiyan in Afghanistan. Niente di più giusto; più che come iconoclastia,
quello dei talebani va rubricato come atto di conquista: “la mia cultura è
superiore”, sembravano voler dire con quel gesto, dunque possiamo distruggere i
simboli della cultura altrui; ma i talebani sono anche figli bastardi di una
cultura, quella occidentale, che proprio in nome di una pretesa superiorità ,
negli ultimi anni e non solo, ha innescato l’odiosa pratica della conquista e
spesso proprio a scapito del mondo arabo. D’altronde enumerare tutti i motivi d’incomprensione,
consapevole o meno, che in 1400 anni hanno minato alla radice la possibilità di
un convivere pacifico fra le due culture, quella islamica e quella occidentale,
significherebbe scrivere un’enciclopedia. Io mi limiterò a evidenziare un
aspetto comunque non marginale: il rispetto della “castità della visione” .
Nel suo
libro il mostro mite(Garzanti,
2010) il linguista Raffaele Simone
pone la questione del “vedere” per come è vissuta nella civiltà occidentale: «la peculiarità del vedere è stata
tipicamente identificata nel fatto che - come spiega Hannah Arendt- “nessun
altro senso stabilisce una simile distanza di sicurezza tra soggetto e oggetto”
. Hans Jonas, nella medesima linea, precisa che la vista “ci
procura il concetto di obiettività, della cosa come è in se stessa, distinta
dalla cosa in quanto mi turba e mi coinvolge; e da tale distinzione scaturisce
l’idea di Theoria e di verità teoretica”. Simone va avanti e si pone una
domanda: « questa concezione della
visione, diffusa nella tradizione filosofica a partire da Platone, conclude per
la nobiltà della vista, ne afferma la castità e il carattere intrinsecamente
teoretico. Ma della vista di chi stiamo parlando?».
Secondo
Raffaele Simone quella distanza di
sicurezza tra chi vede e la cosa vista, e quella castità della visione di cui parlavano la Harendt e Jonas, nella
nostra cultura contemporanea, si sono perse: «Ora, una vista apparecchiata perché qualcuno la guardi è quel che si
chiama spettacolo. Il vedere, nella modernità, è sempre più vedere spettacoli, cose “montate” – come si
dice – per creare un effetto. Una delle facce più singolari della modernità è
proprio l’incalcolabile dilatazione del vedere e far – vedere: in misura
importante essa è anzi addirittura un’incessante Festa del Vedere, pullulante
di sempre nuove cose-da-vedere, di persone che si mettono in mostra (si fanno
vedere) e di osservatori (di veditori o anche voyeurs) distribuiti in ogni luogo».
Recentemente
ho avuto modo di notare che si è alzato un polverone in merito ad un
evento: lo spettacolo Sul
concetto di volto nel figlio di Dio del regista teatrale Romeo Castellucci. Di che trattasi? Precisamente
non saprei perché non l’ho visto, dunque lungi da me volerlo definire “blasfemo”
come in molti hanno fatto; peraltro sono ateo e non spetterebbe a me, ma l’accusa
rivolta a Castellucci è proprio quella di blasfemia, oltre che di aver fatto un
“opera di merda” ( http://www.loccidentale.it/node/112795). Perché? Di fronte all’enorme proiezione del Cristo
dipinto da Antonello da Messina, un
padre anziano comincia a scacazzare e un figlio a ripulirlo dei suoi
escrementi, mentre in sala comincia ad essere diffuso in odorama il lezzo della
cacca. Poi, cito da “Teatro e
critica.net”: «Dopo l’ennesimo
pannolone sostituito, il vecchio viene fatto adagiare sul proprio letto, la
scena naturalistica è ironicamente e definitivamente implosa grazie all’entrata
ammiccante proprio di Castellucci che rovescia mezza tanica di putrido liquame
sull’anziano padre. Senza pietà il vecchio
viene cosparso di merda, questo didascalismo suggellerà anche il finale
della performance quando padre e figlio lasceranno la scena e il volto di
Cristo verrà sfregiato dall’interno per ferirsi di quello stesso liquido e
lasciare il posto alla mastodontica scritta You are not my shepherd, Non
sei il mio pastore».
Castellucci
ora si lamenta del fatto che ci sarebbe in atto una vera e propria fatwa nei
suoi confronti (http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/439157/), e accusa il mondo dei cattolici integralisti di
iconoclastia. Infatti parla di «Una
contraddizione enorme fra questa vena iconoclasta e la foga di apparire della
Chiesa». Dunque in una cultura della “visione” come è quella nostra contemporanea,
è lecito prendersela con Castellucci? Ai cattolici andò bene il volto di Cristo
di Zeffirelli, o quello “splatter” di Mel Gibson? Si sono essi abbandonati
ormai da secoli al voyeurismo tanto quanto ci si può essere abbandonato un
ipotetico spettatore dello spettacolo di Castellucci? Il regista poi si vuole
difendere anche dall’accusa di blasfemia e rilancia: «Non c’è più nulla di blasfemo nell’urina e nelle feci una volta che
Gesù ha deciso con l’Eucarestia di passare dal nostro corpo». La pietra
dello scandalo è dunque la cacca? Non l’ennesima replica a colori o in bianco e
nero del volto e\o immagine di Cristo che dai tempi della scomunica di Leone
III, i cristiani sembrerebbero aver accettato e idolatrato in tutta la sua
carica pornografica? Non basta camminare per via della Conciliazione per
constatare come il volto di Cristo sia in vendita accanto a quello della
Madonna o del papa per pochi euro? Bisogna anche chiamare Castellucci e cacarci
sopra perché l’idolatria sia ancora più unanimemente accettata? Deve sbucare di
nuovo fuori Gesù a scacciare i mercanti dal tempio? Ma i mercanti sono Castellucci,
Zeffirelli, Gibson, e un’infinità di altri registi, attori, pittori e
illustratori. La mercanzia poi, inutile dire che è tanta e di diversa natura: gesubambini
esposti a natale per far comprare i regali; gesucristi da appendere in macchina
vicino all’arbre magique; acque benedette dentro a pacchiane scatolette in plastica
a forma di madonnina.La fiera del kitch si consuma all’ombra di un paganesimo
dal quale non ci siamo mai ritirati, e di un’idolatria che è sempre più
feticismo, spettacolo, visione. Perché Wojtyla era una star e la sua “immagine”,
su tanti pixel colorati, scorreva sui televisori di mezzo mondo, pronta ad
essere “visionata” da appetiti voyeuristici insieme a quella del volto di Cristo,
pixelizzato anch’esso, e anch’esso mischiato agli escrementi del grande fratello, del montaggio
cinematografico, o magari delle tentazioni di Scorsese che ai cattolici non sono
piaciute, ma alle quali hanno ceduto ogni qualvolta non l’immagine e la forma
veniva toccata, se il Cristo era biondo e aveva gli occhi azzurri, ma il
contenuto fatto di cacche non cattoliche.
Non mi
interessa parlare di blasfemia; non so cosa sia, è un concetto che non mi
appartiene. Parlo di “castità della visione”. il rapporto è a due: soggetto e oggetto. Dio non è un oggetto. Dov’è nella nostra
contemporaneità la castità del “ Deus absconditus”? La teologia negativa voleva
la non-predicabilità di qualsiasi attributo potesse rendere Dio ontologicamente
assimilabile all’uomo. Dunque? Dio non è conoscibile, Dio non è visibile, e va
da se che se non è visibile, non sarà neanche “visionabile”. Lo dico a
Castellucci, come agli integralisti cattolici che non vogliono che lo spettacolo
del regista sul volto di Cristo sia messo in scena il 24 gennaio a Milano (http://controscene.corrieredibologna.corriere.it/2012/01/un_appello_per_castellucci.html):
siete assolutamente figli della stessa cultura, quella che, come direbbe
Raffaele Simone, dall’”immaginario collettivo” è passata
al “visionario
collettivo”. Il paradosso si è consumato da secoli ed è esploso in
epoca moderna: ecco il bue che dice cornuto all’asino, là dove non si sa chi
sia il bue e chi l’asino.
Lo
spettacolo di Castellucci, ripeto, non
l'ho visto; dunque potrà essere un capolavoro così come una schifezza, ma è Castelucci
stesso, lamentando il clima di aggressività di cui è stato oggetto da parte
dell’intransigenza integralista, a dirci di cosa tratta : “ E’ grave che le
autorità ecclesiastiche ascoltino la voce di gente che sta facendo il processo
alle intenzioni, attaccando violentemente attori, spettatori, minacciando la
libertà di pensiero. Rifiutando il dibattito. Considerando nemici tutti coloro
che parlano del volto di Cristo fuori dagli stereotipi”. Dunque Castellucci
(sono parole sue) vorrebbe “parlare del
volto di Cristo fuori dagli stereotipi”? Io da ateo, e anche questo è paradossale,
inviterei cristiani e non-cristiani, artisti e non-artisti, a non tentare di
trascendere l’intrascendibile: non
cercate di dipingere ognuno Dio a modo vostro, perché di Dio possiamo sapere
tutt’al più ciò che “non è” ( lo dice il “pagano” Plotino, Enneadi,V,3), e non ciò che potrebbe o non potrebbe “essere”,
indipendentemente dagli “stereotipi”. Chissà quale sarà lo stereotipo di
Castellucci, se mai ne ha uno (la curiosità “visionaria” assale anche me). Di certo
gli islamici che hanno rifiutato a priori la “visionabilità” dell’invisionabile
in quanto invisibile e in quanto indicibile, questo tipo di paradossi non li
vivranno mai.


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