Continua l'operazione Radical deluxe. Io,
dichiaratamente di sinistra, ma poco allineato, senza la pretesa di fare
un’operazione che vada molto al di la della semplice presentazione, mi
permetterò il lusso di spiegare a quelli di destra che cos’è la destra.
Si tratta di una breve rassegna di appunti,
impressioni, riflessioni e intere citazioni dalle e sulle opere di autori,
registi, scrittori e artisti in genere, che se non si possono considerare del
tutto di destra, certamente non sono mai stati di sinistra. Per chi si fosse
perso l’introduzione a tutto ciò, consultare l' articolo Un destro in faccia dal significato sinistro.
La prima dispensa di questa rubrichetta a puntate
l’avevo dedicata ad Ennio Flaiano ( vedi Ennio Flaiano sublime satiro rompicoglioni ); mi sembrava quasi logico, almeno in
questo ambito, continuare con Federico
Fellini. Ma cosa si può dire su un uomo ed un artista del quale è stato
detto già tutto? Cosa si può dire di qualcuno che già in vita aveva suo
malgrado smesso gli stessi panni dell’artista per diventare felliniano, cioè
aggettivo di se stesso? Le facce di Fellini, i disegni di Fellini, le donne di
Fellini, il circo di Fellini, l’Italia di Fellini, che cosa altro si può
aggiungere a Fellini se non Fellini? Avrete ormai capito che in questa rubrica
tento sempre di dare una lettura politica dei personaggi che prendo in esame e
di quello che hanno rappresentato con la loro opera, anche a costo di rischiare
la forzatura, o di essere pedante. Il tutto è semplicemente funzionale alla mia
personale operazione “radical deluxe”. In questo senso mi chiedo: Fellini,
apertamente non di sinistra e cattolico, è mai piaciuto alla destra? Forse nei
primi anni non del tutto.
Federico Fellini non ha mai fatto politica. E’ difficile
trovare una sua dichiarazione di voto, un impegno politico particolare.
Certamente però è difficile pensarlo a sinistra. Eppure, se una certa sinistra
non è mai stata tenera con le sue opere, fu proprio a destra che Fellini trovò
i maggiori dissensi. Segno che i cosiddetti “irregolari”, hanno sempre avuto
difficoltà ad essere compresi fino in fondo. Quando uscì La dolce vita, subito L’Osservatore Romano
rispose con un titolo: “Basta”, e il
giornale della Confindustria Globo chiese il sequestro del film.
Ci furono molte interpellanze parlamentari, soprattutto da parte di fascisti
(era l’anno del governo Tambroni) e di democristiani che chiesero il ritiro
della pellicola. Ci fu anche un giovane giornalista di destra, diventato poi regista
di schermi ben più piccoli, tal Pier Francesco Pingitore che scrisse un
articolo dal titolo Le furberie di
Fellini: furberie che passarono
alla storia, tanto quanto quelle di Pingitore passarono e basta.
Fellini non
fu mai fascista, anzi, nato nel 20’,
poco prima della marcia su Roma, non farà altro che farsi beffa degli
stereotipi fascisti in moltissimi suoi film (uno per tutti Amarcord). Non fu mai
comunista; lo dimostrano film come Prova d’orchestra o La
città delle donne. In quest’ultimo, in particolare, non nasconde un
certo distacco nei confronti di quel versante del femminismo militante
settantasettino, che probabilmente sentiva come cosa già più non sua e non
raccontabile se non come esperienza claustrofobica. Comunque, anche nei due
casi appena menzionati, la chiave era sempre quella dell’esasperazione
clownesca.
Sarà scontato dire che una cronistoria della vita e
delle opere la troverete altrove, sia in rete che su ottime biografie. Una
critica ragionata di questo o quell’altro film la troverete su quella marea di
saggi e monografie che sono state inevitabilmente scritte su un genio di questa
portata. Quindi a me non rimane che
riportare qualche impressione personale, dare qualche contributo originale avvalendomi della mia esperienza, dei mie
ricordi, ma soprattutto di quello che ho potuto reperire fra i vari materiali a
disposizione. Nel caso di Fellini c’è il rischio di perdersi nel culto, nel
complesso delle testimonianze, nell’agiografia, nonostante la sua non sia stata
esattamente la vita di un santo. Comunque Fellini fu cristiano. Cristiano però
di una fede non conformista e spietatamente non bigotta. Per questo, forse,
dovette confrontarsi con le diffidenze e a volte con gli anatemi del mondo
cattolico più conservatore: fu accusato di essere un “lebbroso spirituale”, un attentatore della gioventù; ma poi Fellini
ebbe l'idea di proiettare il suo film che diede maggiore scandalo, La dolce vita, in anteprima in presenza
di un importante prelato romano che ne aveva difeso i contenuti: si trattava
di padre Angelo Arpa, che fu anche critico e produttore
cinematografico, oltre che confidente spirituale di Fellini. Arpa difese
l'amico regista fino ad essere ripreso dalle gerarchie vaticane.
Ma per avere un quadro chiaro e diretto di come
all’epoca poteva essere recepita l’opera di Fellini, non ho trovato di meglio
se non ritagliare ampi stralci da una critica di Pasolini, cristiano come Fellini, ma comunista, al film che proprio
i cattolici si ostinavano a non capire. Parlo ancora ed ovviamene de La dolce vita. Ecco come in questo passo Pasolini mette in
relazione due “acrobati” del linguaggio come Fellini e Gadda, secondo lui entrambi stilisticamente figli di un rigurgito
di irrazionalità decadentista (Gadda, diversamente da Fellini, fu iscritto al
partito fascista):
“I comunisti stessi riscoprono il
decadentismo e cercano di individuare gli elementi positivi e progressivi. Non
io, però: a costo di parere, ai comunisti, settario. lo, per me, dichiaro a
tutte le lettere che l’opera di Fellini segna e codifica il ritorno, energico,
di un gusto e di una ideologia stilistica che hanno caratterizzato la
letteratura europea del decadentismo. Tutti avrete certamente notato come la
mia descrizione delle caratteristiche formali del linguaggio di Fellini,
avrebbe potuto essere presa quasi di peso e riferita a Gadda. Anzi, vi sarete
forse meravigliati come il nome di Gadda non venisse alla luce, quale termine
di paragone del confuso senso descrittivo. Infatti: come Fellini, Gadda si
compiace, a tratti, di sia pure ironiche compiacènze foniche; come Fellini,
Gadda violenta i semantemi;(…) come Fellini, Gadda usa una sintassi che è per
così dire, ipertassi, venata ogni tanto di clausole paratattiche; come Fellini,
Gadda possiede un lessico che è il più pasticciato immaginabile.(…) Anche la
posizione politica di Gadda e Fellini ha qualcosa in comune, sia pure
genericamente e schematicamente: tutti e due gli autori, infatti, accettano
sostanzialmente le istituzioni, lo Stato e la Chiesa, non ne mettono in discussione le
strutture, e le accettano quasi come dati assoluti e immodificabili: salvo poi
a essere addirittura anarchici, anche se di un’anarchia tutta
satirico-grottesca in Gadda, magico-lirica in Fellini.(…) Il fatto è che Gadda possiede, coscientemente,
un sistema ideologico razionale: egli si è formato prima dell’italia
qualunquistica e fascista: tutta la sua formazione è sotto il segno del
positivismo, niente affatto provinciale, ma anzi, per la sua alta qualità,
europeo – molto meno provinciale e molto più europeo di quanto sia mai stato il
crocianesimo. Perciò tutta l’opera di Gadda, malgrado i folli, maniaci,
ossessivi irrazionalismi che tormentano l’uomo, è dominata da uno spirito
razionalistico, che sa sempre storicizzare – positivamente, magari, magari con
un eccesso di ricostruzione di verità naturalistica. Egli crede nelle
istituzioni statali: ma se queste vacillano continuamente davanti ai suoi
occhi, sommuovendo senza sosta il suo enorme macchinario linguistico, è perché,
la mente che le osserva e, dolorosamente, contraddittoriamente, le accetta,
possiede razionali strumenti di critica per giudicarle. Fellini, al contrario,
si è formato durante l’Italia del fascismo, ignorante e stupida: e benché,
quando doveva, Fellini sia stato antifascista, e lo sia tuttora, nel modo più
virile e democratico, la sua formazione culturale resta originariamente
provinciale: al contrario di Gadda – per cui le istituzioni sociali sono degli
alti dati moralisticamente civili – per Fellini sono dei miti”.
Ecco invece nello stralcio che segue, come Pasolini, a
dispetto della critica ingenerosa e reazionaria dell’epoca, riesce a trovare un grande messaggio
cattolico ne La dolce vita, e ne rivendica l’autenticità:
“Da parte mia, come uomo di cultura e come
marxista, stento ad accettare come base ideologica il binomio
provincialismo-cattolicesimo, sotto il cui tetro segno opera Fellini. Soltanto
delle goffe persone senza anima – come quelle che redigono l’organo del
Vaticano – soltanto i clerico-fascisti romani, soltanto i moralistici
capitalisti milanesi, possono essere così ciechi da non capire che con La dolce vita
si trovano davanti al più alto e al più assoluto prodotto del cattolicesimo di
questi ultimi anni”.
Infine Pasolini vuole “salvare” o “inventare” anche un Fellini catto\marxista,
quello cioè che lui preferisce:
“Mi resta, tuttavia, ancora da dire perché
il film mi piace, talvolta fino all’emozione più profonda. E allora dovrò
spostare il punto di vista su un terreno franco, su una “waste land”, se volete,
dove reperire in me i resti (quanto abbondanti!) di decadentismo, e in Fellini
i presupposti (quanto abbondanti!) di realismo. Ho detto dell’acribia
ideologica di Fellini, del suo disperato bisogno di affidarsi all’istinto e
alla vocazione: devo aggiungere che in tale acribia restano involute e confuse
anche le sue aspirazioni razionali, e
proprio in senso marxista, che irrompono, e quanto spesso, nella sua opera.
Ma non direi, però, che il titolo maggiore di merito sia qui: ciò che conta in
termini e ciò che di eterno e assoluto permane nella sua ideologia
genericamente cattolica: l’ottimismo, amoroso e simpatetico. Guardate la Roma che egli descrive: è
difficile immaginare un mondo più perfettamente arido. Un’aridità che toglie
vita, che angoscia. Vediamo passare davanti ai nostri occhi un fiume di
personaggi umilianti, in un umiliante spaccato della capitale: tutti cinici,
tutti meschini, tutti egoisti, tutti viziati, tutti presuntuosi, tutti
vigliacchi, tutti servili, tutti impauriti, tutti sciocchi, tutti miserabili,
tutti qualunquisti: è la mostra della piccola borghesia italiana in un suo
ambiente che ne esalta gli aspetti, che la brucia in una tetra luce
evidenziante. Ad essa si mescolano, dall’alto e dal basso, dei mostri,
irrelati, irriferibili: dall’alto i nobili, dai basso i sottoproletari, e vi
portano una ventata che a suo modo è pura, è vitale. Ma come essere riusciti a
vedere purezza e vitalismo anche nella massa piccolo-borghese che brulica in
questa Roma arrivista, scandalistica, cinematografara, superstiziosa e
fascista, mi sembra una cosa incredibile. Eppure non c’è nessuno di questi
personaggi che non risulti puro e vitale, presentato sempre in un suo momento
di energia quasi sacra. Osservate: non c’e un personaggio triste, che muova a
compassione: a tutti tutto va bene, anche se va malissimo: vitale è ognuno
nell’arrangiarsi a vivere, pur col suo carico di morte e di incoscienza. Non ho
mai visto un film in cui tutti i personaggi siano così pieni di felicità di
essere: anche e cose dolorose, le tragedie, si configurano come fenomeni
carichi di vitalità, come spettacoli. Bisogna davvero possedere una miniera
inesauribile d’amore, per arrivare a questo: magari anche d’amore sacrilego...
li neo-decadente Fellini è colmo ditale amore indifferenziato e indifferente.
Ed è questo amore che – se, per essere irrazionale, e quindi “per
contraddizioni che noi consente”, non ha dato un capolavoro – ha dato però
degli altissimi frammenti di capolavoro”.
Pasolini, «Filmcritica»,
n. 94 del 1960.