Come promesso scatta oggi l'operazione Radical deluxe. Io, dichiaratamente di sinistra, ma poco allineato, senza la pretesa di fare
un’operazione che vada molto al di la della semplice presentazione (l’elzeviro
sarebbe troppo colto, e infatti era specialità del personaggio che sto per presentare), mi
permetterò il lusso di spiegare a quelli di destra che cos’è la destra.
Si tratta di una breve rassegna di appunti, impressioni, riflessioni
e intere citazioni dalle e sulle opere di autori, registi, scrittori e artisti
in genere, che se non si possono considerare del tutto di destra, certamente
non sono mai stati di sinistra. Per chi si fosse perso l’introduzione a tutto
ciò, consultare l’articolo Un destro in faccia dal significato sinistro .
In questa prima dispensa mi occuperò di far conoscere al
popolo della più recente destra italica, rapito dal fascino di raffinatissimi
intellettuali come Belpietro e Sallusti, la cui opera però è nota per lo più ai
soli lettori di Libero e Il Giornale, un personaggio la cui opera
è invece nota in tutto il mondo: Ennio Flaiano.
Pannunzio, che fu fra i fondatori del Partito Liberale Italiano e poi del Partito Radicale, coniò uno slogan per descrivere i personaggi che ruotavano attorno al suo Mondo: “progressisti in politica, conservatori in economia, reazionari nel costume”.
Ed ecco lo stile oserei dire “smaliziatamente reazionario” del suo caporedattore. Ecco cioè, come ne Il diario degli errori, taccuino di saggi, massime e satire che vanno dal 1950 al 1972, Flaiano si fa beffa del perfetto militante intellettualoide di sinistra e dei suoi costumi :
“I due giovani aprirono il giornale alla pagina degli
spettacoli. Facciamo in tempo per il teatro, disse uno. All’Argentina, I
Masnadieri di Schiller, in ungherese. L’ho già visto in polacco, disse l’altro.
Dicono che questo sia meglio anche del russo e del tedesco orientale. Si, ma
sempre I Masnadieri (…) Allora, il
Complesso folcloristico rumeno al palazzetto. Bello, ma troppi colori. Qualcosa
di più calmo. Al valle c’è Cuba mon amour, tutto in calzamaglia. E poi? E poi
la novità di Moravia: La rivoluzione è quella che è.(…) All’Eliseo?
“L’importanza di chiamarsi Ernesto Che Guevara” di Arbasino. Al Quirino “Vita
con Stalin” di Pasolini. Bravo Paolo Stoppa. Ti interessa “Compagno papa” di
Diego Fabbri? Che cos’è? “Papa Contestatario occupa il vaticano travolgendo gli
svizzeri”.(…) Andiamo al cinema. Al Metropolitan: Motori redenti. Che cos’è? Un
film sulla trasformazione delle automobili in trattori agricoli. Dice che il
finale è travolgente. Le strade vuote e i campi imbottigliati dai trattori. E
il film di Pasolini? Bianco sul mar nero? Vediamo: “ Comitiva di intellettuali
italiani tra cui Ungaretti e Franco Citti in Crimea per le vacanze vengono
sodomizzati da Ciccio Ingrassia stakanovista. È un simbolo naturalmente. Critica
4 , pubblico 2. Andiamo a dormire. Si, compagni, fareste bene ad andare a casa
disse la guardia. Anzi fuori i documenti, e venite con me”.
Perfetto esempio di come una persona intelligente che non
sia di sinistra, può far divertire uno di sinistra e viceversa. Infatti oggi
Corrado Guzzanti, anche se non vogliono ammetterlo, fa ridere anche a destra.
Peccato non si possa dire la stessa cosa di quei pochi umoristi di destra o
presunti tali. Anche perché noi di sinistra, negli ultimi anni abbiamo riso
molto di più con tanti comici inconsapevoli in parrucchino e doppiopetto, che non con le
risate registrate di canale 5. Ma ho fatto
dei paralleli acrobatici e soprattutto irriverenti. Torniamo a noi. Dicevo che
Flaiano ha valicato i confini nazionali; ecco un po’di storia.
Nato a Pescara nel 1910
e morto nella sua amata e odiata Roma nel 1972, dopo aver vinto il
premio strega con Il tempo di uccidere,
e senza per questo essere uscito più di tanto dai confini nazionali, sceneggiò
poi buona parte dei più importanti film del nostro regista più celebrato
all’estero: Federico Fellini. Fra questi, forse il più importante, e quello nel
quale il suo contributo fu più decisivo: La
dolce vita. A testimonianza di
quanto ho appena affermato basterebbe leggere il racconto La penultima cena tratto da Diario
notturno, raccolta non solo di racconti, ma anche di pensieri, aforismi,
apologhi e piccole satire. Se l’orgia finale de La penultima cena ricorda il festino scollacciato ed annoiato de la dolce vita, l’intellettuale Steiner, altro personaggio centrale del
film, ricorda molto, come scrive Lucilla Sergiacomo nel
suo Invito alla lettura di Flaiano, ”
certi altri personaggi tipicamente flaianei, ispirati
palesemente al clima pannunziano del Mondo, oppure alle descrizioni di
via Veneto, a cui Flaiano aveva dedicato una serie di pagine, Fogli di via Veneto, poi inserite ne La solitudine
del satiro”.
Flaiano, in una
lettera del 28 ottobre del 1959,
in risposta all’amico Giovanni Rodolfo Wilcock, in
merito a La dolce vita e al suicidio di Steiner, scrisse:
“Circa La
dolce Vita, mi sembra che Fellini abbia fatto un
magnifico lavoro. La morte dell’intellettuale sarà la nostra morte se non
smetteremo di aver paura. Dobbiamo imparare a vivere senza farci troppe domande
(…). A vivere cioè come Dio vuole – o se preferisci, nella sua grazia –
mangiando col sudore della propria fronte e partorendo con dolore perché non
c’è altra strada da scegliere. Oggi l’intellettuale confonde giuoco e lavoro, e
si crede diverso dagli altri uomini, responsabile di una sconfitta,
dimissionario (…) Il nostro intellettuale era un egoista dilettante, perciò si
è ucciso e ha ucciso i suoi figli, per risparmiargli poi che cosa? – gli orrori
del nostro futuro! Che sciocchezza”.
Qual è il tipo di intellettuale a cui Flaiano
allude? In realtà la polemica a distanza è con Elemire Zolla, non esattamente
il perfetto tipo di intellettuale di sinistra, anzi. Quel che è certo però, è
che né Flaiano, né Fellini, amavano la figura dell’intellettuale ripiegato in
stesso e chiuso nella sua prigione dorata fatta di antifascismo militante che,
all’epoca, assicurava una comoda permanenza nei circoli settari della cultura
che conta. Flaiano infatti prese apertamente le
distanze da quelle correnti rivoluzionarie comuniste che andavano diffondendosi
a guerra conclusa.
Ecco un celebre aforisma di Flaiano: “in
Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.
D’altronde proprio gli aforismi sono il motivo per il quale probabilmente Flaiano
è ricordato maggiormente, anche da chi non ha mai letto nulla di suo, tanto da
farne quasi una sorta di Oscar Wilde italiano. “Saltare sul carro del
vincitore”, o “Poche idee, ma confuse”, sono ormai proverbiali modi di dire;
eppure nascono da aforismi flaianei.
Eccone altri nei
quali prende di mira sempre la sinistra e i suoi tic:
" J. P. Sartre:
passa l'esistenza a entrare e a uscire dal partito comunista” (la solitudine
del satiro)
“Non sono comunista perché non me lo posso permettere” (
senza fonte)
In altri casi le prese di posizione contro il Partito
Comunista Italiano sono molto più dure.
Soprattutto ne la Solitudine del satiro, che raccoglie molte cose
scritte per Il corriere della sera e
per Il mondo e pubblicate poi postume. In quest’altra miscellanea di racconti, aneddoti, ricordi e articoli, la vena di
Flaiano non sempre è umoristica o satireggiante ( a dispetto del titolo),
specialmente quando deve commentare gli atroci fatti di Budapest. Eccone alcuni
estratti:
“ Il giovane amico del partito comunista saluta, parla del
tempo, di un film che vorrebbe vedere. La sua calcolata indifferenza finisce
per rattristarmi. Cerco invano nei suoi occhi un’ombra di dubbio o di vergogna,
non c’è niente, nemmeno il dispiacere di questa amicizia che finisce. Sappiamo
che eviteremo di salutarci, di stringerci la mano, perché io non saluto né
stringo la mano agli enti, ai dogmi, alle ragioni di stato. Mi viene in mente
un paragone forse odioso, ma spontaneo. In Francia, per parlare di un paese che
ha un partito comunista nella stesse nostre condizioni, molte voci si sono
levate dalle file del partito per condannare l’aggressione all’Ungheria. Ci
sono state dichiarazioni, dimissioni, proteste: segno che gli uomini non sono
ancora morti e non vogliono morire. Da noi qualche lettera non spedita, qualche
deplorazione subito attenuata”.
E ancora:
“ L’Unita: in
prima pagina gli insulti ai morti di Budapest; nelle altre pagine la rubrica
degli sport, la vostra casa signore, come cucinare un buon pranzetto, la serena
vita cinese eccetera”.
Più sarcastico e sferzante:
“A che cosa ci è servita la lezione di Stalin? A niente. C’è
già qualcuno che tenta di instaurare il culto della mancanza di personalità”.
Insomma chi fu Ennio Flaiano? Fellini, che con grosso
rammarico di Flaiano stesso tese sempre a sminuirne il contributo, lo ricorda
cosi: “Quel rompicoglioni di Flaiano è proprio un rompicoglioni!… Le sue cose
da scrittore e non lo smuovi…e poi è pigro, è pigro. Scrive solo quando è
costretto, quando ha bisogno di soldi… ma quando avrebbe vinto il Premio Strega
se Longanesi non lo avesse preso per finire il libro?… O scrivi o tiri la
cinghia!”
“E ha scritto”.(
Moraldo Rossi e Tatti Sanguineti, Fellini e Rossi il sesto vitellone,
cit., p 112)
E infatti ha
scritto, perché Flaiano è stato sceneggiatore, scrittore, giornalista, critico cinematografico e drammaturgo.
Seppur pigro, viaggiò moltissimo e conobbe Rex Harrison, George Cukor, La
vedova di Thomas Mann, Louis Malle, Milos Forman e molti altri con i quali
collaborò a progetti che poi non sempre andarono in porto. Oltre a Fellini (con
il quale fece 10 film), Flaiano scrisse sceneggiature per registi quali Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Luciano Emmer, Alberto Lattuada, Camillo Mastrocinque, Mario Soldati,
Dino Risi, Roberto Rosselini, William Wyler, Michelangelo Antonioni, Antonio Pietrangeli, Eduardo De Filippo, Pietro Germi
, Elio Petri
e molti altri. Per il teatro scrisse molto e la sua opera più ricordata rimane
un marziano a Roma.
Scrittore moralista, nel senso
migliore del termine, e cioè nel solco della tradizione di Montaigne e di La Rochefoucault , talvolta pessimista, talvolta sarcastico, sempre lucido
e disincantato, Flaiano è stato anche un interprete della società dei suoi
tempi, nonché un autore dall’intuito profetico; fra i tanti aforismi che ci ha
lasciato ne ricordiamo uno del 70’,
scritto molto prima che nascessero le tv di Berlusconi: “fra 30 anni l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma
come l'avrà fatta la televisione”.

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